» ANNO DOMINI 1340."PARLA" LA STORIA DI TERNI DI FRANCESCO ANGELONI

image"Cingo di San Germano vescovo di Monte Cassino,che reggeva il Patrimonio in nome della Chiesa Romana, elesse per capitano generale di essa, Guidone Orsino contro la tirannide di Vitozzo figluolo di Besso de Baschio, e d'altri di detta Provincia; con i quali ancora le città di Amelia e Terni si erano sollevate a disciogliersi dall'obbedienza della Chiesa". Ancora,1350 : "Era circa quel tempo podestà di Terni Ugolino Neri dei Baschi del colonnello di Monte Marano, constando dalle scritture degli di essa città, che tal carico gli fu conceduto con obbligo a lui di tenere un Giudice perito col Collaterale dottore, tre Notari esperti, sei domicilli, sei cavalli e 12 famigli atti a portare armi: e il pubblico obbligossi per sua provvisione di semestre,in lire 3600 Cortonesi". Prima ancora,1341: il N.H. Vannuccio di Guidone di Baschi fu capitano del popolo di Terni. Poi, nel 1387 le Antiche riformanze raccolte e pubblicate da Lodovico Silvestri ci dicono che podestà di Terni era Raniero Ugolinuccio di Baschi,colui che doveva trattenere dal suo stipendio semestrale la somma "non maggiore di 5 fiorini" per acquistare "un drappo di seta o velluto che veniva destinato per il Palio della corsa de'cavalli, che aveva luogo nella seconda festa e fiera di Pasqua a S.Paolo di Galleto", che era la "Corsa al Bravio". Oltre a quanto sopra, Baschi può vantare i suoi capitani di ventura. Bindo de'Baschi , detto Pasatacalda, che avanza a cavallo da porta Vivaria (Orvieto) scrive Marino Fioroni: e che non volle accogliere nemmeno la resa dei Monaldeschi i quali erano disposti a cedere tutto, purché Bindo(vittorioso,nda) risparmiasse alla città l'onta della occupazione straniera (di Arrigo VII di Lussemburgo, nda ). Niente da fare, Bindo ripeteva ostinatamente :"operbat cos unc calice bibere". Pressapoco, dovete bere l'amaro calice. "L'arroganza del capitano di Baschi diede nuova forza ai guelfi, che, valsero non solo a resistere ma ad abbattere Bindo e a mettere in fuga il suo esercito. Correva l'anno 1313. Circa due secoli dopo "Uguccione di Carnano (l'altro ramo della famiglia Baschi,nda) è capitano di Venezia sotto Bartolomeo d'Alviano e suo luogotenente, e assunta la signoria del suo castello nel 1516 passera più tardi al servizio di Clemente VII". Ma anche Uguccione non era poi uno stinco di santo. Tanto che quanto al turbolento Uguccione, per le sue malefatte fu tenu-to in prigione a Castel Sant'Angelo per un anno (l53l), e dopo varie sedizioni da lui promosse anche in Todi in favore di Rodolfo Baglioni, assediato in Carnano, da ultimo catturato, fu poi decapitato a Perugia nel 1536". Sempre pro Itinerario turistico legato ai centri storici dei medievali capitani di ventura è utile dire del castello di Carnano (in quel di Montecchio ,nda) "tetro ferrigno, serrato allo scoglio", eretto nel luogo dove un tempo si venerava la dea Carna, e di "Flaminium et Attilio Baschios de Carnano, sicarios, facinoroso, etc". Contro i quali il 10 aprile 1553 "II vicelegato di Perugia, in una lettera al governatore di Todi comunica la condanna di Attilio e dei suoi complici ob atrocissima delicta per eos commissa". Ma la "grida" del vicelegato apostolico sembra servire a poco, tanto che successivamente stabilisce che si rinnovino "bandi e precetti pen¬nati al Populo... che debbiano popularmente andare a demolire detto luogo di Carnano provvedendo che vi concorra buono et grosso numero d'huomini et che tal cosa sia eseguita con ogni prontezza". Macché. Deve arrivare il 20 giugno 1500, "quando Pio IV emana un energico breve ai Legati Apostolici di Viterbo e Perugia,invitandoli a stroncare le malefatte di Attilio e Flaminio di Carnano rei di oltre dieci omicidi perpetrati in gran parte contro propri parenti, e di innumerevoli altri delitti con i quali avevano non solo raggiunta ma superata l'empietà del proprio padre Attilio -conclude Marino Fioroni- fu decapitato (secondo una tradizione popolare sarebbe stato invece impiccato ad un albero), e Flaminio riuscì a sfuggire alla pena esulando in Toscana". Ora, tornando a Baschi e ai Baschi, attingiamo al libro che Maria Antonietta Bacci Polegri ha scritto su questo interessantissimo comune e sui suoi personaggi storici. La Bacci Polegri annota che le prime notizie scritte sul castello risalgono al 1325 e col nome di "castellare vetus" è indicata la parte più a nord, "che corrisponde all'attuale luogo occupato dalla piazza del Municipio e che in passato era chiamata la fortezza". Nella quale bisogna entrare. Per vedere dall'interno il gioiello che fece costruire "Raynutii de Baschao" (Ranuccio di Baschi) , figlio di Bernardina Vitozzi Baschi, scampato all'efferato sterminio della sua famiglia perpetrato dal "crudelissimo e spietato Attilio(di Carnano), il quale,non perdonando tralassando scelerataggine alcuna, fece crudelissima strage de' suoi parenti di Baschi, senza riguardo di età, sesso, religione, che a sentirlo solamente raccontare, qualsivoglia mente, benché inhumana ne sente orrore". Ed ora le "chicche" della residenza municipale fatta erigere dal conte Ranuccio, che fece di Baschi - torna Maria Antonietta Bacci Polegri- "un prezioso, piccolo centro rinascimentale". Il cui piano nobile dell'ex castello, ora sede comunale, mette in mostra un bel camino con cariatidi e stemma; sulle porte che immettono nel salone con sopra inciso "Ran et Hip.Con". (Ranutius et Hippolita coniuges), traduce la ricercatrice. E siamo alla, seconda donna, dopo Berardina Vitozzi, che lascia segni indelebili nella storia di Baschi. "Ippolita -scrive la Folegri Bacci- era della nobilissima famiglia Borbone dei Marchesi del Monte di Santa Maria (nobiltà che troviamo ad Arezzo, Perugia, Città di Castello) si circondò di letterati e fu la regina di una piccola corte raffinata" . Altra donna che segnò la storia di Baschi fu la "Comitissa" contessa Margarita, della quale parlò Dante Alighieri. La signora – “parla" ancora Maria Antonietta Bacci- era la nipote di Ranieri di Baschi e cugina di Neri di Montemarano... Contessa di Savona e Pitigliano , era l'unica figlia di Francesca dei Baschi e del conte Ildebrando Aldobrandeschi, detto il "Conte Rosso"... Famosa per la sua bellezza e per le sue ricchezze, era rimasta vedova di Guido di Monfort e padrona di un immenso patrimonio". "Si era chiusa nel castello di Orbetello insieme a Paganello ( Nello) Pannocchieschi signore del castello della Pietra, suo amante, marito di Pia de' Tolomei. Che ,"quasi certamente, per essere libero di amare la bellissima e ricchissima Margarita, lasciò morire la Pia in Maremma", che Dante incontra nel quinto canto del Purgatorio e:"...Ricordati di me che son la Pia/Siena mi fè disfecimi Maremma"... Vittima di intrighi familiari Margarita,"La Bella donna", ebbe in papa Bonifacio VIII, del quale aveva sposato per convenienza il nipote Roffredo Caetani, uno spietato nemico che la spoliò di ogni avere e ne fece "strazio". Dante Alighieri per tanta crudeltà nel XX canto dell'Inferno sferza il papa con: "non temesti torre a'nganno... e poi di farne strazio". Un'altra chicca dell'ex castello Baschi è la misteriosa ed enigmatica "Marroca", scultura di arenaria conservata dietro una teca di vetro, della quale non si sa la provenienza; nè il significato, né l'epoca. Per completare, sommariamente, su Baschi il suggerimento è di visitare i "Palazzacci e "Santo Nicolo", San Niccolò, patrono del paese, dove su pietra è scolpita una rarità: il "quartengo", medievale misura per il grano. Ammirato il quale si entra nella parrochiale "firmata" da Ippolito Scalza,che l'architetto Renato Bonelli cosi descrive(1989):"...armonia felice nella zona inferiore; purezza di linee, purezza compositiva e di disegno: una facciata disegnata che piano piano sfuma in alto in una diversa plastica. In basso la trabeazione corre rettilinea, non ha ri¬salti,ha solo un risalto d'angolo, invece in alto la trabeazione è rotta più volte in corrispondenza del timpano secondario e delle le¬sene superiori. Quindi la facciata man mano che marci verso l'alto si sfrangia, si articola, ha un'aria fiorentina: sembrano disegnate da un toscano. L'internerà una sola navata e due cappelle laterali che tradiscono un' origine fiorentina, sembra il San Giovannino dell'Animati, fatto in quegli anni a Firenze. Anche all'interno c'è un'aria fiorentina, di toscanità per il fondo bianco: la bicromia è brunelleschiana. Le finestre da esterno sono riportate all'interno, nell'impossibilità di trattare le pareti esterne che sono rustiche".