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2a traversa a destra di Via Roma
(dal lato Piazza Europa)
II Guicciardini nomina un Ludovico Aminale da Terni tra i cavalieri scelti per partecipare italiana alla disfida di Barletta. Altri cronisti del tempo, come lo storico spagnolo Zurita, hanno tramandato nomi diversi. La strada, un tempo via Piana, assunse l'attuale denominazione solo dopo la pubblicazione del romanzo di D'Azeglio.
4a traversa a destra del Corso Tacito
(dal lato Piazza della Repubblica)
Francesco Angeloni nacque a Terni nel 1559 da una famiglia originaria di Ferentillo, terra dove il patronimico Angeloni è tuttora presente. Uomo di cultura conosciuto e stimato dai contemporanei pubblicò nel 1646, per incoraggiamento dei Priori e del Consiglio Ge¬nerale, la Historia di Terni, un libro, come egli dice, “concernente le grandezze di questa illustrissima Città et fatti eroici dei suoi natali concittadini “. L'opera ricopre un notevole arco di tempo che va dalle origini della Città alla metà del sec. XVII, è condotta con metodo su documenti e memorie e costituisce, ancor oggi, il testo più valido di storia cittadina.
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3a traversa a destra di Via Roma
(dal lato Piazza Europa)
Arringo, anticamente aringo o arengo, deriva dal germanico “hring” cerchio. Compare in Italia nel sec. XII e designa il luogo dove il magistrato riuniva la cittadinanza per deliberare, di solito per acclamazione. Nel sec. XIV Terni era retta a comune con leggi proprie: il potere supremo era gestito dal magistrato con due consigli, il minore rappresentato dai cittadini e dai banderari, il maggiore che comprendeva chiunque “fosse nato libero, di maggiore età, e non interdetto per condanne infamanti”. Partecipandovi pressoché tutta la cittadinanza, il Consiglio maggiore si convocava in spa¬zi aperti, presumibilmente, fra gli altri luoghi, nella piazza della Cattedrale dove sbocca questa via che per lunga tradizione ricorda ancora l'antica assemblea, l'arringo. Con la limitazione del numero dei componenti il Consiglio, le convocazioni avevano luogo nel palazzo del governatore o in quello priorale.
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2a traversa a destra di via dell’ospedale
(dal lato Via S. Meandro)
Come per la vicina via dei Chiodaioli il toponimo ricorda attività e mestieri concentrati particolarmente in queste strade. Al civico n. 31 un portale settecentesco introduce ad un piccolo portico che risale al secolo scorso; al n. 29 una casa molto rimaneggiata nell'Ottocento con sottopasso e porta del sec. XIII; al n. 20 e 24, portali gotici archiacuti di cui il primo ha superiormente una finestra a tutto sesto; di seguito, resti di murature a quadrelli; in fondo alla strada, a sinistra, una recente costruzione malamente 'inserita' nel tessuto preesistente.
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1a traversa a sinistra di Via Anioni
(dal lato Corso Tacito)
II toponimo conserva la memoria di una delle due fazioni cittadine che si contesero il potere locale nei secoli XV-XVI. I banderari, che in numero di 24 partecipavano al Consiglio di Credenza della citta, rappresentavano i sei rioni in cui era divisa Terni e prendevano il nome dalla bandiera simbolo del rione. Si contrapponevano ai Cittadini che rappresentavano il ceto nobiliare di Terni. Questa organizzazione del corpo sociale, comune del resto alle altre città variando solo i nomi che designavano i due ceti, scompare verso la metà del sec. XVI.
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Al termine della Via Angeloni
(dal lato Corso Tacito)
Ercole Barbarasa, letterato e filosofo del sec. XVI, tradusse il Convito di Platone con il commento di Marsilio Ficino e L'antichità di Roma di M. Bartholomeo Marliano.
Il palazzo accanto alla torre ha subito un restauro di gusto medievaleggiante; sotto lo strato dell'intonaco appaiono le murature originarie. Murature medievali sono anche quelle della casa al n. 7, in pessimo stato di conservazione.
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1a traversa a sinistra di Via Anioni
(dal lato Corso Tacito)
Ex convento di Santa Teresa. Fu costruito nel 1642 a cura dei Carmelitani nell'area compresa tra l'attuale Corso Vecchio e via Angeloni. Con la soppressione delle congregazioni religiose dopo l'Unità il complesso, adibito ad educandato per fanciulle e comprendente anche una chiesa dedicata a S. Giuseppe, fu destinato a caserma. Nell'immediato dopoguerra l'ex convento, solo in parte danneggiato dai bombardamenti, fu completamente demolito nella foga della ricostruzione. Dell'intero complesso rimangono ora solo le mura merlate lungo Corso Vecchio, costruite nella seconda metà dell'Ottocento a recinzione della caserma. L'area è utilizzata come parcheggio ed ospita un piccolo mercato ambulante di abbigliamento.
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6a traversa a sinistra del Corso Tacito
(dal lato Piazza della Repubblica)
La strada è dedicata all'omonima antica famiglia ternana, che in questa zona aveva i propri possedimenti urbani. La famiglia Camporeali, introdotta a Terni da Federico II di Svezia, o secondo altre fonti da Federico Barbarossa, dopo la devastazione del castello dell'Isola, tra Collescipoli e il Nera, si trasferì in città e si distinse in ogni ramo di attività pubbliche. Un Ferruccio Camporeali nel 1387 teneva e presidiava la Rocca di S. Giovanni di Piedimonte fatta costruire dai suoi avi. Nel 1388 il Comune, su richiesta dello stesso Camporeali che dichiarava di non averne i mezzi, assunse la spesa della guarnigione della rocca lasciandone la proprietà e la custodia al Camporeali. Si ricorda un Alfino Camporeali, segretario di Andrea Tomacelli, fratello di Bonifacio IX e un Cristino Camporeali, senatore di Roma e consigliere nello Stato della Chiesa nel 1449. Un altro Petruccio Camporeali era vicario pontificio a Orvieto nel 1421, un Eligio Camporeali figura tra i fondatori della confraternita di San Giovanni Decollato. Alberigo Camporeali nel 1473, o secondo altre fonti nel 1525, donò una reliquia della Croce che fu posta in San Francesco nella cappella fatta costruire dalla famiglia. Per la venerazione della reliquia sorse la confraternita della Santa Croce in cui la famiglia Camporeali conservò sempre una speciale preminenza. Alla famiglia apparteneva anche il Beato Simone effigiato in un affresco quattrocentesco accanto al portale laterale di San Francesco.
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1a traversa a destra di Via XI Febbraio
(dal lato Via Cavour)
All'incrocio con la via Nicola Fabrizi e il vico delle Fornaci, l'antica via Cavour si allarga per l'arretramento, rispetto all'asse viario, di un fabbricato costruito in tempi recenti sull'area in cui sorgeva un edificio seicentesco, distrutto dalla prima incursione aerea del 1943. L'edificio era appartenuto alla famiglia Magalotti originaria di Collestatte. Nel 1845 i proprietari dettero inizio, in un capannone all'interno del cortile, alla fabbricazione della birra, favoriti dal passaggio di una "forma" d'acqua nelle immediate vicinanze. Il toponimo si è conservato al di là della sopravvivenza dell'attività stessa, cessata nel 1936. Dal vico della Birreria ha inizio il vico delle Fornaci la cui denominazione ricorda le fabbriche "di stoviglie di ogni specie e di vasi da olio di ottima qualità" con le annesse fornaci per la cottura dell argilla. Ne abbiamo notizie a partire dall'Ottocento ma forse si può risalire molto più indietro visto che anche nelle stampe del sec. XVII è possibile osservare un pennacchio di fumo che indica l'esistenza di una fornace in questa zona.
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Al termine della Via Corona
(dal lato Corso Vecchio)
II fabbro Liberotto Liberotti è, per i ternani, il simbolo della libertà, anche se non esiste alcun documento che comprovi l'esistenza dell'episodio di cui sarebbe stato protagonista. Il teatro della vicenda sembra sia stato il sagrato della chiesa di San Tommaso il cui parroco, don Piero, esortava frequentemente i popolani a sollevarsi contro le dure imposizioni di gabelle da parte di Narni e Spoleto che avevano assoggettato Terni devastata dall'esercito dell'arcivescovo Cristiano di Magonza.
Il coraggioso fabbro ferraio davanti alla tracotanza di un gabelliere narnese reagiva uccidendolo a mazzate ; il popolo trascinato dal gesto di ribellione insorgeva e, con l'aiuto di Foligno e Todi, riconquistava la libertà.
La tradizione locale, che alla leggenda di Liberotto ha attribuito il significato di una sorta di vespri ternani, vuole che l'episodio sia raffigurato nel bassorilievo conservato nella sagrestia del Duomo e che rappresenta, invece, la lapidazione di un martire. Testimonianza della tenace sopravvivenza della tradizione è un quadro di Orneore Metelli, ora in una collezione privata di Zurigo, intitolato "La rivolta contro gli agenti delle tasse". Vi è riconoscibile la facciata di San Tommaso, un sacerdote sulla porta, certamente don Piero e, sopra botti accatastate, una figura vigorosa con un martello in mano, attorniata da popolani armati di forconi e bastoni.
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Tratto adiacente V. Cerquetelli e V Castello
Pietro Manni (Terni 1778-1839), personalità eminente nel campo della medicina, fu membro onorario dei Lincei, sanitario della Camera Apostolica e autore di importanti testi di medicina.
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Prospicente il “Nuovo Politeama”, sulla Via Roma
Stanislao Falchi (Terni, 1854-1922) compì gli studi musicali presso la scuola comunale di musica di Terni. Socio dell'Accademia di Santa Cecilia e accademico dell'Istituto musicale di Firenze, si trasferì a Roma, dove insegnò canto corale e composizione, dal 1877 al , 1890, presso il liceo musicale annesso all'Accademia. Nel gennaio 1902 fu nominato direttore del Santa Cecilia, incarico che mantenne fino al 1915. L'istituto conobbe, sotto la sua direzione, un periodo particolarmente fecondo, in cui venne varato un nuovo regolamento e ampliata l'attività didattica. Svolse un'attività abbastanza intensa di direzione d'orchestra, soprattutto a Roma. Della sua discreta produzione come compositore si ricorda Lorhelia, opera romantica con un prologo e quattro atti; Giuditta, opera in quattro atti su libretto del ternano F. Mancini, che fu fatta oggetto, in occasione della 'prima', di un articolo piuttosto pesante da parte di Gabriele D'Annunzio ; II trillo del diavolo, melodramma in tre atti, forse la sua cosa migliore, che ottenne un grande successo di pubblico alla ' prima ' al Teatro Argentina ; Giulio Cesare, ouverture; Messa da requiem, per sole voci, che venne eseguita al Pantheon, in occasione dei funerali di Vittorio Emanuele II, il 17 gennaio 1883 Portato a termine l'incarico di direttore del Santa Cecilia, malato, povero, avvilito da problemi familiari decise di ritirarsi a Terni, dove visse fino alla morte. Per disposizione testamentaria, la Congregazione di Carità cittadina, nominata erede universale, ne curò i funerali e la sepoltura e l'Istituto Briccialdi ebbe in dono la sua biblioteca letterario-musicale.
La precedente denominazione di piazza Sant'Antonio ricordava l'esistenza dell'omonima chiesa, appartenente ai Disciplinati, che sorgeva a fianco dell'antico ospedale. Ancora ai primi del Novecento si vedevano i resti di archi ogivali, con gli stemmi dipinti della confraternita.
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4a traversa a destra di via Garibaldi
(dal latoPiazza Europa)
L'intera contrada, in vicinanza del fiume, era detta delle Conce per la lavorazione delle “vacchette”, di suole, di “bassette” di pelli di agnello e capretto esportate anche in Francia e in Inghilterra.
Secondo una tradizione locale presso la scomparsa chiesa di Sant'Angelo de Flumine esisteva un complesso termale.
Le ricerche effettuate dal Lanzi nell'area di via delle Conce, via Castello, largo S. Nicandro hanno evidenziato resti appartenenti ad edifici antichi, di difficile interpretazione. Con probabilità sono resti delle domus che occupavano l'ara nord-orientale della città romana e di cui si conserva ampia documentazione in quella individuata al di sotto della chiesa di San Salvatore.
L'intera via delle Conce fu ristrutturata nel periodo a cavallo fra Ottocento e Novecento; tracce di preesistenti edifici sono comunque visibili soprattutto nei prospetti della lunga spina di case che si snoda sul lato destro della strada.
L'edificio al n. 44 conserva all'interno un portico del Settecento, recentemente manomesso.
Ai nn. 50 e 52 casa del primo Novecento con decorazioni floreali in cementi artistici. Al n. 100, sul portone, lunetta dipinta protetta da un vetro. Al n. 104, palazzetto del secolo scorso; sotto il cornicione, la scritta '"salutem domus sole iucunda parit".
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da P.zza Briccialdi alla passerella sul fiume Nera
A Terni il Cassero fu costruito intorno al 1354 presso il tratto del fiume Nera che scorre al di fuori della Porta Romana per volontà del cardinale Albornoz, inviato nelle Marche e in Umbria per ristabilire l'autorità pontificia. Simbolo del potere papale sulla città, il Cassero fu più volte distrutto dallo stesso Comune e fatto ricostruire dal legato pontificio.
La rocca albornoziana non ebbe lunga vita: già nel 1404 il governatore pontifìcio Andrea Tomacelli, fratello di Bonifacio IX, ordinava ai ternani la ricostruzione del Cassero e contemporaneamente la demolizione di tutte le torri che sorgevano entro le mura della città ma l'anno dopo, appresa la notizia della morte del papa, i ternani distrassero per vendetta il Cassero. I materiali di uno dei torrioni furono concessi dal Comune per la ricostruzione della chiesa dello Spirito Santo (1405), che sorgeva nei pressi della chiesa di San Pietro. Il 16 settembre 1436 il Municipio decretò la ricostruzione del forte, in seguito all'ingiunzione del cardinale Vitelleschi, legato pontificio di Eugenio IV. Il 29 novembre dello stesso anno il Cassero era già stato riedificato e circondato da un fossato. Il podestà insisteva perché fossero costruite altre opere di fortificazione, ma i ternani ottennero dal papa che fosse risparmiata all'erario comunale la spesa di altre costruzioni. Un anno dopo il papa risollevò il problema ed ai ternani non restò altro che provvedere a quanto richiesto: fu così costruito un muragliene di collegamento dal Cassero a Porta Romana, ad opera di Angelo e Stefano di Giovanni e di altri capomastri milanesi, completo di merli e feritoie, riutilizzando parti già esistenti. Nel 1441 il capitano Angelo Giocosi, ternano, rinforzò, scavò e ampliò il fosso che circondava il Cassero e nel quale erano immesse le acque del vicino Nera. Solo un anno dopo, nel 1442, lo stesso papa Eugenio IV accordò ai ternani la facoltà di abbattere il Cassero e questa volta la demolizione fu definitiva.
Ex chiesa della Madonna del Cassero. I confratelli della compagnia del SS.mo Sacramento avevano fin dal 1580, con sussidi del Comune, cominciato la fabbrica della chiesa consacrata a Maria Santissima del Cassero. La confraternita, istituita con l'unico scopo dell'adorazione del Sacramento nella chiesa cattedrale, era formata da persone facoltose e disponendo di cospicue elargizioni fece costruire, oltre alla chiesa del Cassero, altri edifici.
Nel 1586 la chiesa era stata portata quasi a compimento e i confratelli chiedevano ed ot¬tenevano dal Comune il permesso di aprire una piccola porta sulla muraglia che collegava il Cassero alla città, per avere un accesso immediato dalla Flaminia. La porta, chiamata 'portella' (per le sue modeste dimensioni vi poteva passare solo 'un uomo a cavallo con Valigione), fu ampliata nel 1641 per permettere il passaggio delle carrozze. La chiesa, che una descrizione seicentesca ricorda di 'riguardevole architettura a giusta proporzione, mostra la sua faccia arricchita di colonne, architravi, cornicioni e altri ornamenti di travertini. Ha nel didietro ben disposte cappelle, e altari', fu demolita nel 1841 per ragioni di pubblica incolumità, dato lo stato di abbandono in cui versava.
